Una giovane donna si rivolgeva al pronto soccorso lamentando dolori persistenti al petto. Dopo un esame superficiale, le veniva erroneamente diagnosticato un attacco di ansia e veniva dimessa senza ulteriori approfondimenti (quali, ad esempio, controllo della troponina e degli enzimi di necrosi cardiaca). In realtà, si trattava di un infarto in atto. Solo dopo il peggioramento delle condizioni cliniche ed un secondo accesso in ospedale, veniva effettuata la diagnosi corretta di infarto acuto del miocardio, ma ormai i danni cardiaci erano diventati irreversibili. La paziente agiva per il risarcimento dei predetti danni.
In caso di errore diagnostico, la responsabilità medica sussiste se il paziente dimostra che, a causa della diagnosi errata o tardiva, ha subito un aggravamento delle proprie condizioni o una perdita di possibilità di guarigione o di miglior recupero.
Non è necessario provare, con certezza, che la diagnosi corretta avrebbe evitato ogni danno: è sufficiente dimostrare, secondo il criterio del “più probabile che non”, che un corretto comportamento medico avrebbe condotto ad un esito significativamente migliore.
Anche in questo caso, il medico o la struttura sanitaria potevano difendersi solo dimostrando che, anche con una diagnosi tempestiva, l’esito non sarebbe cambiato, o che la patologia si trovava già a uno stadio irreversibile, ma, stante l’evidente errore diagnostico, non è stato necessario avviare una causa, in quanto è stato raggiunto un accordo transattivo che ha pienamente risarcito i danni subiti dalla donna.
Per casi delicati come questi, è indispensabile affidarsi ad esperti in responsabilità sanitaria, capaci di analizzare accuratamente la documentazione clinica, ricostruire la catena causale ed ottenere il giusto risarcimento.
Affidatevi al nostro team per essere supportati da professionisti seri e competenti nella tutela dei vostri diritti.
